Sogno di poterti legare, ma non su di un letto.  

rm_kikki967 49M
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5/19/2006 8:39 am
Sogno di poterti legare, ma non su di un letto.

Aperta, a “4 di spade”, in piedi, ben stretta.
Non proprio in piedi: in ginocchio sarebbe meglio, con la possibilità di farti alzare a mio piacimento. Polsi legati, fissati alle pareti, ginocchia aperte a far colare i tuoi umori. Benda sugli occhi, collare a suo volta legato alle estremità, a impedire i movimenti laterali. Totale impossibilità di controllare del tuo corpo.
E allora farti scivolare l’uccello in bocca. Prima piano roteare sulle labbra. La tua lingua fuori a leccare come un cane la goccia che solo a vederti così inesorabilmente fuoriesce copiosa. Poi, tenendo dolcemente una mano dietro la tua testa, iniziare a spingere il cazzo giù, dentro la tua bocca. Sentirlo accarezzato dalle labbra, letteralmente succhiato, aspirato. La mano, allora, si fa più ferma, come la mia voce, che ti ordina di stringere. Serrare i denti, ma non tanto da impedire che l’uccello affondi a mio piacimento. E sempre più decisamente, spingere dentro e fuori, senza un gemito da parte tua, del resto sei abituata a questo e sai bene che non è per il tuo piacere, ma per il mio.
Le mani diventano due e non sono dietro la tua nuca per coreografia, ma impediscono letteralmente a te di spostare indietro la testa a ogni mia spinta, che diventa di volta in volta più forte. E affondare.
Affondare. Affondare fino a vedere schiacciato il tuo naso sulla mia pancia, nascosto dai peli del pube. Impedendoti così l’unica via rimasta al tuo respiro. Spingere in fondo, che la cappella stuzzichi parti della tua gola che prima non sapevi neanche di avere. E lentamente uscire, sentendo i denti rigarmi l’asta, e affondare violentemente di nuovo, così, ancora, e ancora, e ancora. E quando sale l’onda che parte dalla schiena, stringere più forte le mani sulla tua testa fino a tirarti i capelli, suggerirti dolcemente, se ci riesco, di prendere un bel respiro, affondare di nuovo e non uscire più da lì, finché non ho scaricato tutto quello che ho in corpo dentro te, direttamente dentro lo stomaco, vedendoti soffocare, ma senza un lamento. Perché sai bene che per ogni tuo lamento, la mia frusta accarezzerà il tuo corpo per punire il piacere che indebitamente hai rubato al mio.
Solo alla fine di tutto, scivolare piano fuori dal tuo corpo per il buco che preferisco (ma non l’unico che apprezzi), ancora stringendoti per i capelli, e pulirmi bene ciò che è avanzato sul tuo viso, strizzando l’uccello affinché anche l’ultima goccia appartenga al tuo corpo.
E lasciarti lì, così, stanca e, ora si che ti è permesso, ansimante.
Ma manca ancora qualcosa. Un qualcosa che chiude il cerchio e senza la quale la sensazione provata rimane monca.
Mentre ancora rimani legata stretta, bendata come meriti, l’ultima parte dei miei liquidi fuoriesce e ti lava, ti inonda, ti umilia.
Hai capito bene: ti piscio addosso con tanto e tale gusto da venire di nuovo, se solo riuscissi. È un getto lungo, violento, preciso, indirizzato sul tuo corpo, ma più ancora sulla tua faccia. Ascoltando le mie parole che si confondono con il rumore del getto che sbatte su di te, ubbidirai nuovamente, aprendo lentamente le labbra, permettendomi così di divertirmi a centrare l’apertura lasciata dalle tue labbra non tanto socchiuse. E vedere il liquido entrare e uscire una volta riempita, indecisa se provare quest’ultima umiliazione, vogliosa di darmi quest’ultimo piacere: bere il mio. Ingoiare ciò che normalmente viene considerato schifoso. Guardarti mentre sei combattuta se farlo o meno è ulteriormente piacevole. Chissà come va a finire.


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