La Signora in rosso  

ndr57 60M
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4/12/2006 2:01 am

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5/10/2006 8:58 am

La Signora in rosso


Un bel ristorante.
Uscere alla porta.
Un enorme giardino.
Alberi, fiori e un delizioso profumo nell'aria.
Arrivo in macchina, adagio, e posteggio sotto un pergolato di gerani.
Scendo e sotto le suole percepisco la morbidezza del vialetto che mi conduce verso l'ingresso.
Entro ringraziando il portiere che mi ha ricevuto, con un sorriso a sessantaquattrodenti, aprendomi la porta (primo pensiero: questo sorriso è compreso nel coperto?...).
Davanti a me una grande sala perfettamente illuminata, i tavoli perfettamente apparecchiati e distanti tra loro in modo da renderli un piccolo ambiente discreto.
Alla mia destra il guardaroba. Una bellissima ragazza prende in consegna il mio soprabito e mi consegna un biglietto dorato con lo stemma del ristorante e un numero. Tutto questo senza mai smettere di sorridere (secondo pensiero: Capperi! altri sessantaquattro denti...). Alla mia sinistra delle poltrone in pelle, un ricca lampada a piede e un bellissimo tappeto, forse persiano; ha un angolo rivolto verso l'alto, la dove tutti i nodi si incontrano.
Nell'aria un profumo gradevole interrotto solo dagli aromi delle portate trasportate da camerieri che non fanno rumore, che si materializzano dal nulla (terzo pensiero: e questi sono veri o finti?...).
Alle pareti quadri. I temi predominanti sono nature morte dei periodi più svariati. Antico e moderno si fondono alla perfezione.
Le pareti di un bel colore azzurro molto tenue e alle finestre leggere tende della stessa tinta. La luce è ovunque anche se non si notano punti luce ne al soffitto ne alle pareti. Bello.
Vengo ricevuto dal direttore di sala. Un uomo alto, dal fisico asciutto, leggermente brizzolato, con un bel viso perfettamente rasato con incastonati due occhi grigio chiari (quarto pensiero: ma qui assumono attori?...). Con un sorriso e dopo avermi chiesto se avevo prenotato (quinto pensiero: pensavo mi chiedesse anche l'estratto conto...) mi accompagna al tavolo.
Quattro poltroncine, anche queste in pelle, intorno al tavolo (sesto pensiero: questo tavolo occuperebbe tutta la sala di casa...), tovaglia di lino bianco ricamato, posate d'argento e bicchieri di cristallo. Sotto piatto in argento così come il porta pane.
Mi accomodo, poltrone comode, il tovagliolo, di lino, sulle ginocchia. E’ un tavolo d’angolo che permette di avere un bel colpo d’occhio sulla sala. Uomini d’affari che tra una portata e l’altra discutono, non si capisce di cosa vista la distanza (settimo pensiero: in questi ristoranti non è possibile spettegolare...), due innamorati che si stanno nutrendo di sguardi e una donna sola seduta ad un tavolo non troppo lontano. E’ bella e vestita in modo semplice ma elegante. Indossa un tubino rosso (Coco Chanel insegna) e sulle spalle un grosso foulard di leggera seta colorato. Ai piedi sandali di vernice nera.
Distratto da queste osservazioni non mi accorgo che il maitre è al mio tavolo e mi porge la carta e la lista dei vini. E’ di fronte a me con un sorriso appena accennato e mi osserva (ottavo pensiero: figura di...). Leggo... (nono pensiero: mamma che prezzi, forse avrei dovuto controllare il plafond della carta...). Decido. Come antipasto: crostini al tartufo, seguiti da: cannelloni ai funghi porcini. Di secondo: filetto in crosta con patate julien e per chiudere: mousse di cioccolato amaro e nocciola, il tutto innaffiato da una bottiglia di buon vino rosso: Morellino e, col dessert un po’ di Barolo chinato (decimo pensiero: al ristorante ci tornerò tra sei mesi... e a casa pane e acqua...). Congedandosi il maitre mi lancia un’occhiata di intesa e voltandosi volge impercettibilmente lo sguardo verso la bella signora in rosso.
Cosa avrà voluto significare. Assorto nei miei pensieri non mi accorgo che un cameriere si è materializzato davanti a me con in mano una bottiglia di “Morellino di Scansano riserva”, di una nota azienda vinicola (undicesimo pensiero: sto andando in rovina...). Stappa il vino, lo scaraffa lasciandone una minima quantità nella bottiglia che versa nel bicchiere iniziando a farlo girare vorticosamente (dodicesimo pensiero: adesso gli scappa, gli scappa... non gli è scappato...). Dopo questa operazione svuota il bicchiere, lo osserva, decide che il numero delle rotazioni e l’altezza che ha raggiunto il vino nel bicchiere è corretta e, finalmente, me lo riempie. Buono...
Tra una portata e l’altra il mio sguardo si fa più insistente. Ormai la mia attenzione è completamente attratta da quella splendida donna. Peccato sembra non accorgersene. Continuo imperterrito ad osservarla e a mangiare.
Verso il dessert noto che la signora in rosso, con un gesto della mano, richiama l’attenzione del direttore di sala. Questo le si avvicina e dopo un istante scompare facendole un cenno d’assenso. Non passano due minuti che eccolo riapparire al cospetto della signora con in mano un vassoio (d’... ) con appoggiato un foglietto. Lei prende il pezzettino di carta, la penna e scrive qualcosa. Ripone il tutto nel vassoio e con un sorriso congeda il direttore.
Sono affascinato dalla delicatezza dei gesti della mia vicina di tavolo (tredicesimo pensiero: mica tanto vicina...). Le mani che afferrano il foglietto, il modo di tenere la penna, la bellezza della postura delle spalle e della testa mentre scriveva. La perfezione del collo.
Fascino allo stato puro.
Il dessert è finito e sono in attesa del mio Barolo chinato. Provo un senso di leggerezza alla testa e un po’ di tristezza perché tra un po’ dovrò lasciare la mia vicina di tavolo (quattordicesimo pensiero: ma che film mi sto facendo...).
Arriva il cameriere che mi porge l’ultimo bicchiere della serata e insieme una busta in pelle con lo stemma del ristorante (quindicesimo pensiero: il conto, mi fanno capire che devo andare...). Sorseggio il barolo, apro distrattamente la busta e al suo interno vedo un biglietto bianco. Lo leggo. (sedicesimo pensiero: sto sognando...).
La signora in rosso mi invita al suo tavolo a bere qualcosa con lei.
Mi gira la testa e non oso alzare lo sguardo verso quella donna. Le mani tremano (diciassettesimo pensiero: è uno scherzo del direttore o dei camerieri...). Afferro il bicchiere di barolo lo porto alla bocca e ne bevo un lungo sorso. Facendo questo però ho alzato lo sguardo che incrocia il suo. MI HA SORRISO. A momenti mi strozzo...
(diciottesimo pensiero: non so cosa fare...)
Mi ci vogliono dieci minuti buoni e un’ulteriore cicchetto per rimettermi in sesto.
Raduno tutto il coraggio che ho. Mi convinco di non arrossire, e con un gesto del capo la ringrazio dell’invito.
Il dado e tratto.
Faccio per alzarmi ma le gambe pare siano di tutt’altro avviso, non mi assistono. Senza che nessuno se ne accorga faccio cadere il tovagliolo per terra (diciannovesimo pensiero: se ne sono accorti tutti che non è stato un caso...). Caccio la testa sotto al tavolo e prendo due profonde boccate d’aria. Mi rialzo, il viso caldo e tutti gli occhi puntati su di me.
Anche i suoi.
Ora o mai più.
Riprovo ad alzarmi e questa volta le gambe sembrano collaborare ma, visto che sono dispettose, quando faccio il primo passo, la gamba destra decide di mandare il piede a sbattere contro la gamba della poltroncina. In quell’ambiente così ovattato il rumore del mio inciampo è risuonato come una cannonata. Di nuovo tutti gli occhi puntati su di me. La faccia mi brucia e quel vigliacco del direttore a stento trattiene le risate.
Con molta fatica (ventesimo pensiero: e molta dignità spero...) e comunque seguito da tutti gli occhi della sala, mi avvio verso il suo tavolo.
Saranno si e no cinque metri, mi sembrano cinque chilometri. Arrivo finalmente al suo tavolo.
Le porgo la mano dicendole:
- “Buona sera. La ringrazio dell’invito. Mi chiamo...”
Lei con un gesto mi interrompe:
- “No! Niente nomi. Proviamo ad essere solo due persone... Si accomodi!”
Rimango interdetto. Mi siedo (ventunesimo pensiero: e adesso?... nemmeno un nome a cui attaccarsi...). La osservo in silenzio (ventiduesimo pensiero: mi è sembrata una vita...) occhi verdi color muschio, capelli castano scuro, una bocca stupenda e una voce leggermente androgina, bassa, che le dona un fascino particolare. Prendo coraggio e le chiedo:
- “Posso darti del tu?” e senza aspettare risposta aggiungo:
- “Beviamo qualcosa?”
- “Tu cosa stavi bevendo?”
- “Barolo Chinato, lo conosci?”
- “Si e mi piace”
Mi volto per catturare l’attenzione del direttore ma questi si sta già muovendo verso il nostro tavolo (ventitreesimo pensiero: certo che ci sente bene...). Ordino e mi accorgo, non senza stupore, che la tensione e sparita. Mi rivolgo alla mia ospite, vorrei chiederle del perché “niente nomi?”. Non ho il tempo di formulare questo pensiero che lei, quasi avesse letto la mia mente, guardandomi dritto negli occhi dice:
- “Niente nomi. Questa sera voglio essere solo una persona”
- “Due persone che si incontrano. Ma noi siamo anche la nostra storia” aggiungo.
- “La percezione della realtà dell’oggi è la nostra storia. Ci sono studiosi che ci raccontano che la ‘mappa non è il territorio’. Sai che cosa significa?”. Provo a rispondere ma lei continua a seguire il filo dei suoi pensieri:
- “Vuol dire che ognuno di noi ha il suo personale modo di percepire la realtà. La realtà è l’interpretazione di stimoli sensoriali: vista, suoni, odore, sapore e sensazioni. Voglio provare ad unire questi sensi a quelli di un’altra persona per cercare di costruire una ‘nuova realtà’, qualcosa di unico e irripetibile”. (ventiquattresimo pensiero: è una programmatrice...) Domando:
- “E’ una bella sfida. Non pensi sia difficile da realizzare?”
- “Se porgendoti una forchetta ti chiedessi che cosa provi nell’osservarla, cosa risponderesti? Mi parleresti forse di una sensazione, di uno stimolo, probabilmente mi racconteresti qualcosa del passato. Io farei la stessa cosa e insieme costruiremmo una nostra ‘realtà’. Sarebbe il riassunto delle nostre esperienze”.
Sono le dieci di sera quando ascolto questa risposta.
La osservo inseguire chissà quali immagini. Gli occhi rivolti a destra e verso l’alto, leggera respirazione di petto. Non è mancina. E’ un susseguirsi di piccoli movimenti degli occhi, del petto, delle spalle. E’ un dialogo interno: quasi riflettesse sulle parole appena pronunciate.
- “Mi rendi partecipe dei tuoi discorsi interni?” le chiedo.
- “Ti aspettavi un approccio diverso?” mi dice.
- “Ero troppo agitato per farmi delle idee. Ero seduto al tavolo e ho notato una persona che istintivamente mi ha incuriosito e stimolato. Non pensavo, però, che sarebbe potuto succedere questo: io qui seduto in tua compagnia. Come approccio l’ho trovato interessantissimo e affatto banale”.
- “Ti ho invitato al mio tavolo perché mi ha stupito l’insistenza del tuo sguardo. Non mi sentivo osservata in modo volgare ma con curiosità. Chissà quante domande ti sarai fatto e...” non la lascio concludere:
- “Non voglio risposte. Ora dalla forchetta passiamo alle persone. Guardandoti dal mio tavolo ho accarezzato l’idea di chiacchierare un po’ con te. La cosa che mi ha più colpito è stata la gentilezza dei tuoi gesti quando hai scritto il biglietto, semplici nella loro eleganza. Mi sono chiesto: ‘quello che sto osservando è vero o è solo il frutto della mia immaginazione’”.
Silenzio. Soltanto occhi che osservano, respiri che cambiano. Un dialogo intenso. Guardandola le dico:
- “Non è più il ristorante dove ho cenato. E’ diventato un contenitore di emozioni che voglio condividere con te”.
- “Cosa stai provando?”
- “Un forte senso di partecipazione”
- “Ti spaventa?”
- “Si! Ma sento che è giusto così!”
- “Il tuo ‘si’ è la paura di essere fraintesi?”
- “Si. Ho costruito molti dei miei rapporti su questa paura. Un disastro...”
- “Anch’io ho commesso questo errore. All’inizio il ‘metro di giudizio’ erano le mie aspettative. Più queste venivano disattese più mi chiudevo in me stessa e più mi sentivo sola... Poi è cambiato qualcosa. Le persone non le valutavo più ‘secondo quel metro’, ho iniziato a capire che ognuno di noi è un mondo a se. Si continua a sbagliare ma ogni errore è meno doloroso”
- “Hai chiesto aiuto a qualcuno?”
- “Si!”
- “Questa sera mi stai aiutando”
- “Ne sono felice”
E’ quasi mezzanotte. La signora in rosso si è dimostrata una conversatrice fenomenale. Abbiamo affrontato tanti argomenti, abbiamo riso, siamo stati in silenzio.
Guardo l’orologio. In sala poche persone ai tavoli. E’ tardi.
- “E’ ormai mezzanotte. Posso accompagnarti da qualche parte?” dico non senza rammarico.
- “A casa mia. Te ne sarei grata”
Chiedo il conto (venticinquesimo pensiero: adesso mi scappa da ridere...).
Duecentottanta euro (ventiseiesimo pensiero: ne è valsa la pena sicuramente. Da domani pane e acqua...).
Ci alziamo. Davanti a me l’immagine di una donna con un fisico asciutto, ne magro ne grasso insomma molto ben proporzionato. Il suo portamento è bellissimo e la sua camminata perfetta. Ritiro il soprabito e, porgendole il braccio, ci avviamo alla porta.
Di nuovo l’usciere a sessantaquattrodenti ci saluta tenendo la porta aperta (ventisettesimo pensiero: abbiamo già dato...).
La notte è stupenda e ci offre un bellissimo cielo stellato, intorno i profumi della notte e il canto dei grilli. Ogni tanto qualche lucciola fa capolino tra le siepi. Splendido. Mi ritrovo a vivere tutte le sensazioni di quella serata e il rammarico di prima ha lasciato il posto alla serenità.
Saliamo in macchina. Percorriamo il vialetto del parco verso l’uscita. Vado adagio, i vetri abbassati, ci muoviamo dolcemente quasi senza rumore. Nulla deve disturbare questo momento.
Da quando siamo usciti nessuno dei due ha più detto niente.
Il lungo nastro nero con una riga bianca in mezzo si snoda davanti a noi. Le luci della macchina fotografano dettagli del paesaggio circostante altrimenti indistinguibili. Il suo viso è splendido, illuminato da questi riflessi irreali. Senza distrarmi troppo dalla strada la osservo. Ho l’impressione che sia di nuovo immersa in chissà quali pensieri. E’ bella! (ventottesimo pensiero: vorrei sentire il profumo della sua pelle...)
- “Ho voglia di fare l’amore. Lo voglio fare con te”
Queste parole pronunciate a voce bassa e scandendo bene le parole, risuonano nelle mie orecchie come un colpo di pistola. Stringo forte il volante cercando di dominare l’emozione. Mi ha letto di nuovo nel pensiero.
- “Lo desidero anch’io” dico.
- “Questa sera abbiamo creato qualcosa di unico. Le nostre emozioni sono diventate la nostra nuova realtà e questa realtà ci deve vedere partecipi totalmente. Adesso!”
Fermo la macchina sul ciglio della strada.
Mi volto verso di lei e incontro il suo sguardo. Ha gli occhi luminosi, i lineamenti del viso, il sorriso... non riesco a descriverli, sono... stupendi!
- “Scendi!” mi intima.
Ci ritroviamo davanti ai fari accessi abbracciati. Le nostre bocche unite in un dolcissimo bacio. Ci prendiamo per mano e insieme iniziamo a camminare sul prato al lato della strada. In silenzio e lentamente.
Mi fermo a la tiro verso di me, un altro lungo bacio.
La stringo forte al petto e le mani, prima timide, adesso osano di più.
La cerniera del vestito è abbassata, sento il calore della pelle, le sue forme ora sono reali.
Non ho più la camicia e la cintura dei pantaloni e slacciata.
Continuiamo a guardarci negli occhi, il respiro sempre più pesante.
Le sfilo i sandali, lei mi sfila i pantaloni.
Mi tira verso di lei, sento le mani sotto le mutande che stringono forte le natiche e il suo bacino incollato al mio.
Le sfilo il vestito, reggiseno e mutandine.
Siamo completamente nudi.
Di nuovo ci prendiamo per mano e iniziamo a correre felici di sentirci una cosa sola. Corriamo e ridiamo. Sotto i piedi la freschezza dell’erba bagnata. Intorno a noi il tepore di una notte di primavera.
Ci lasciamo andare su questo immenso letto.
Sento le sue mani che mi percorrono ovunque, che si infilano ovunque. L’umido della lingua lungo la schiena, sulle caviglie, sui capezzoli. Sento stringere forte il mio pene sento i suoi denti affondare delicatamente nel collo.
I seni tra le mani, con la lingua lecco i suoi capezzoli turgidi. La sento vibrare. Una mano raggiunge il suo ventre, lo spinge con delicata fermezza scivolando verso la vagina. Le dita iniziano a giocare col suo sesso, entrano. Sento il suo calore. Lecco le dita bagnate di lei.
Mi sdraia sulla schiena, mi bacia. La sua lingua si sfila dalla mia bocca e inizia a leccare il collo, spalle, capezzoli e giù verso il bacino. Sento cingere il glande. Ormai la bocca veste completamente il pene. I movimenti del capo mi portano in paradiso. Senza mai smettere mi porge la vagina. Le cingo i fianchi e affondo la lingua dentro l’ano, poi vagina, poi clitoride, di nuovo ano e così per molto tempo. Ogni tanto inarca la schiena dal piacere e si apre meravigliosamente alla mia vista. La sua bocca ha un ritmo che mi fa impazzire. Il piacere che provo è fortissimo e mi obbliga a riprendere il fiato.
La luna illumina i nostri corpi intrecciati.
Si gira verso di me, mi bacia stendendosi completamente sul mio corpo. Ora sono dentro di lei e nella luce di quella incredibile notte quel corpo che si muove mi emoziona. I suoi seni tra le mani, gli occhi che brillano come stelle e la cornice dei capelli la rendono una dea.
I movimenti del bacino sempre più veloci.
Riesco a stento a seguirla.
Ho i suoi occhi dentro ai miei.
Sento il piacere arrivare travolgente.
Sta incurvando la schiena, le sue mani stringono forte le mie spalle, ho il suo seno tra le mani. Sul suo viso l’immagine del piacere.
La notte è rotta dal un lungo gemito. Veniamo.
Ho la testa immersa tra le sue gambe, sto bevendo il suo godimento.
Siamo stanchi.
Ci abbracciamo.
Ci baciamo.
- “Oggi i nostri sensi ci hanno regalato una realtà che rimarrà impressa per sempre in noi. Non sappiamo come ci chiamiamo, non conosciamo il nostro passato e non conosciamo nulla delle nostre aspettative per il futuro. Nulla.” Un lungo sospiro - “Abbiamo creato un mondo tutto nostro dove ‘il tuo io’ e il ‘mio io’ hanno trovato casa”.
...
Mi capita spesso di tornare con la mente a quella sera e di provare distintamente le stesse emozioni di allora. Ogni fibra si rilassa e un grande senso di tranquillità mi pervade.
Ciao Signora in rosso...

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