seconda virginit  

fortune_six 47M
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12/9/2005 2:11 am

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3/5/2006 9:27 pm

seconda virginit

Era una splendida quarantenne.
Da qualche tempo frequentava il mio immaginario erotico. Alta, dalle forme prorompenti, sfacciata e sottile allo stesso tempo. Certo non era una donna di classe, ma a questa sopperivano occhi che penetravano la mia carne fino a spremerne il sangue, che si versava nel basso ventre. Era la musa delle mie erezioni. E forse l’aveva capito.
Non si lasciava fuggire alcuna occasione per irretire la sua preda. In ufficio, benchè lo spazio fosse ridotto, passava ugualmente dietro la mia scrivania, strusciando volutamente il suo pube sulla mia schiena. L’imbarazzo che evocava in me era pari all’eccitazione che scorreva lungo le mie carni non più molli. Grazie a lei. E durante la pausa al caffè, trovava sempre il modo di infilarsi tra me ed il distributore, sospirando a pochi centimetri di distanza dalle mie labbra e chiedendomi le cose più banali. Giocava, lei, a quel sottile e crudele gioco del farsi desiderare senza concedersi nell’immediato, come il contadino che coltiva la sua vigna fino a quando ritiene che i frutti siano maturi per la vendemmia. A differenza dell’uva, il mio desiderio aveva tempi di maturazione molto brevi. Potevo essere colto in qualsiasi momento, e la sua calma spezzava il mio respiro tutte le notti che la mia mano scivolava sotto l’intimo. Nel tentativo di placare quella infernale pulsione fatta di sangue, rigidità e desiderio.
E venne il tempo della raccolta. Un venerdì mattina, alle macchinette del caffè, mi si avvicinò con il fare consumato della diva che non distingue più il set dalla realtà. Sapessi, disse, ieri notte ti ho sognato! Non fiatai,
“Ci eravamo incamminati per un sentiero impervio che saliva la montagna. Io ti guidavo e tu eri dietro. Poi, girandomi, mi accorsi che eri sparito. Ti chiamai, nulla. Decisi allora di proseguire fino ad un casolare abbandonato. Entrai e vidi un enorme letto, e sopra il letto c’eri tu, nudo e mi sorridevi, invitandomi ad avvicinarmi. E mentre mi avvicinavo mi sussurravi che questo momento l’avevi sempre desiderato. Allora anch’io mi spogliai, salii sul letto e… ti giuro, caro, fu un momento dolcissimo… ed il piacere così intenso che mi svegliai credendo di averti ancora accanto. Invece c’era mio marito. Peccato davvero, perché l’eccitazione non si era ancora placata”. Finì con un preciso e sfacciato desiderio a pregare che si avverasse ciò che aveva sognato, perché, diceva lei, il peccato maggiore è tradire i propri sogni. Poi si accomiatò, come se negli ultimi cinque minuti avessimo parlato di meteo e pettegolezzi. Ora, a parte i pantaloni che mi si erano ristretti di almeno una misura, il fiato corto e accelerato, la saliva assente, la mediocre storiella palesemente inventata e la giornata lavorativa compromessa, mi sentivo pronto per essere trasformato in un ottimo vino da pasto.
Mia sorella mi aveva lasciato il suo appartamento per almeno tre settimane, con la promessa di accudire il suo orribile gatto. Ed ora mi si prospettava un periodo di sesso sfrenato con una donna che fino a quel momento avevo posseduto nella solitudine della mia mano.
Entrai nell’appartamento il sabato mattina, cambiai la vaschetta della creatura e mi sedetti sopra il letto. Dopo aver guardato il cellulare per un tempo lunghissimo, in preda a sentimenti di imbarazzo, per la situazione in cui mi stavo cacciando, di colpa, per usare un’alcova che non mi sarebbe stata concessa conoscendo l’uso che ne stavo per fare, e di desiderio, perché fondamentalmente volevo aiutare entrambi a realizzare i propri sogni - che guarda caso coincidevano…-, spedii un messaggio alla mia Venere. Pensavo di spiazzarla, mi ricredetti. Rispose subito, chiedendomi le coordinate per arrivare fino a lì. Avevo il ventre in fiamme, tuttavia pensai subito a mettere sul fuoco il caffè. Certe convenzioni non muoiono mai. Arrivò dopo un’eternità di tempo, scesi in strada e salimmo all’appartamento.
Ci sedemmo in cucina, uno di fronte all’altro. Bevvi il caffè da solo, perché, in fondo, ero l’unico a sentire la necessità di mascherare una scopata con un preludio ordinario. Mi lasciò bere in silenzio, ma appena posai la tazza, mi prese le mani, sorridendomi. Si avvicinò alle mie labbra e lasciò scivolare la lingua che si perse all’interno della mia bocca. La feci alzare e la strinsi a me. Volevo sentirla sul mio corpo, volevo che il mio pene fiutasse il piacere della sua carnalità. Desideravo strizzare i suoi glutei come avevo sempre sognato di fare. Il suo respiro si fece più sincopato, continuando a stringermi quasi con violenza. Già fusi, nonostante i vestiti, a piccoli e incerti passi, come due pinguini nell’atto dell’accoppiamento, entrammo in camera e ci tuffammo nel letto. Nudi per magia, esplorammo l’uno la carne dell’altra, indugiando nei reciproci sessi, in quello che, avevo imparato dai manuali porno della mia adolescenza , appariva come un sessantanove, anno della mia nascita… Mi eccitava il suo odore, mi eccitava la sua nudità, mi eccitava la forma del suo corpo: i glutei possenti, i grandi e teneri seni, le lunghe gambe che stringevano la mia vita, quasi impedendo al mio sesso di scorrere all’interno del suo. Ingordigia di piacere, frenesia nel movimento, gemiti primordiali. Non era una ragioniera del perfetto movimento, piuttosto una golosa amante della cucina del godimento. E questo non mi dispiaceva affatto. Soprattutto era una cavallerizza straordinaria. E i suoi seni scivolavano dalle sue mani alla mia bocca, per essere ripresi e lasciati a muoversi nel frenetico movimento che partiva dal suo bacino. Fino all’abbandono dei sensi.
In un certo modo, mi cambiò. Legato a lei dal ricordo della sua carnale sinuosità, diedi nuovi canoni alla ricerca del piacere. La perfetta proporzione assumeva, dopo di lei, nuove regole, dettate dall’abbondanza della tazza del latte del mattino piuttosto che dal calice di champagne della sera. Ed infine a lei dovevo la fuga dal giogo del perbenismo, secondo cui il sesso fine a se stesso non appaga. Con certezza, ammetto: mi ero sbagliato.


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