distrazioni furtive  

fortune_six 46M
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3/30/2006 2:01 pm

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5/19/2006 8:42 am

distrazioni furtive


Quando David mi chiese di scrivere qualcosa in bacheca sul furto che aveva subito, gli risposi con un vago “ci penserò, magari domani, eh?”. A lui avevano rubato il marsupio con dentro i documenti, il permesso di soggiorno, le chiavi di casa e quelle della macchina. Un mese dopo, qualcuno entrò dal cancello della sua abitazione, si avviò verso il garage, aprì la saracinesca, prese la sua auto e svanì nel nulla, in punta di piedi. Poi toccò a Laura, alta, bella, molto bella e, paradossalmente, dalla sensualità inversamente proporzionale alla sua avvenenza. Commise l’imprudenza di lasciare l’armadietto socchiuso. Tanto bastò perché l’ennesimo qualcuno vi introducesse la mano per estrarne un giubbotto. Laura è una di quelle giovani donne che a guardarle pensi a quante volte avrà recitato la parte dell’ angelo nel presepe. Ecco, incapace di cattiveria, questo è il suo talento. E il giubbotto era di bassa qualità. Ma è il gesto che conta. Attraverso un’amica,, mi chiese se potevo affiggere qualcosa in bacheca. Lo feci. Scrissi un’invettiva in versi e ancora non me ne capacito. Ma come, una poesia per un gesto che di poetico non ha nemmeno il significante, tanto è aspro: furto. Mi fu chiaro che il foglietto nella bacheca era non di carta, giacchè rifletteva il mio particolarissimo narcisismo, piuttosto apparteneva alla categoria degli specchi addomesticati, dove ognuno guarda se stesso con adorante slancio, magari convinto che gli altri vi ammirino la stessa immagine patinata. Parole al vento, pessimo servizio, ma, si capisce, non c’era coinvolgimento, semplicemente era toccato ad altri, e la solidarietà è una parente lontana dell’empatia.
Curiose le coincidenze. Un paio di giorni prima che mi succedesse di essere derubato, fui attratto dalla reclame di un cellulare a prezzo di lancio con possibilità di pagamento rateale a interessi zero. Potrei giurare sull’amore a prima vista. Entrai nel negozio, chiesi del modello in offerta e pagai ,secondo intenzione, con un contratto che prevedeva dieci innocue parti del suo valore. Ora, ogni qualvolta acquisto abusando dell’ istinto, mi coglie una profonda nausea. Non riesco a trattenermi dal vomitare rimorso per l’avventato gesto. Così cerco di allontanarlo disconoscendone la paternità. Allora successe che chiamai mia sorella per proporle uno scambio: l’estinzione del debito per un precedente acquisto, del cui costo lei si era fatta carico, con un paio di rate, forse tre, che avrei pagato io, per il cellulare che sarebbe diventato di sua proprietà, accollandosi le spese delle successive rate. Mi sembrava un ottimo affare, io avrei placato i miei sensi di colpa e lei avrebbe avuto l’apparecchio telefonico. Per ironia della sorte, mi disse di tenerlo per qualche giorno ancora, solo per darmi il tempo di decidere con serenità.
Un altro cellulare. Non ne avevo bisogno, il mio funzionava bene, certo non aveva una foto-camera, ma la radio, quella, sì. Ecco che allora non potevo accettare che la manipolazione evidente del mio istinto consumista avesse la meglio sulla presuntuosa aura di etica di cui, solidale con la sventura altrui ma affatto empatico, andavo brandendo come quelle persone che amano roteare la mazza da golf, non avendone la competenza, solo per darsi un tono.
La sera della fine del turno pomeridiano è un frettoloso strusciare di corpi che si accavallano per arrivare agli spogliatoi. Aspetto sempre qualche minuto, affinchè la massa di individui che hanno ripreso a respirare si diluisca al punto di svanire, per osmosi, attraverso la membrana di vetro e ferro che separa il lavoro dalla vita.
Quella sera ero solo, nello spogliatoio maschile, o forse qualche altro ritardatario apriva convulsamente lo sportello dell’armadietto, comunque facce note, prevedibili. Appoggiai la trousse sulla panca vicina alla finestra, le volsi il dorso, prelevai giubbotto, ripresi l’astuccio e me ne andai. Forse, per uno scherzo del destino, non mi accorsi che il cellulare giaceva sulla panca vicino alla trousse e non dentro il taschino esterno della medesima. Forse ero entrato nello spogliatoio con la trousse in una mano e il cellulare nell’altra; forse, semplicemente, la mia mente non percepiva nella mani del corpo che controllava alcunché di veramente importante per mantenere un forma di allarme, seppur blando. Ipotesi, congetture che non restituiscono alcunché.
Allora presi l’auto, varcai i cancelli dell’azienda, feci quei quattro chilometri che mi separano da casa con la memoria del cieco, spensi il motore e realizzai: non avevo alcun cellulare con me. Inutile il ritorno allo stabilimento, inutile qualsiasi altro tentativo di richiamare l’attenzione. Tornato a casa, non andai a letto; presi una coperta e vegliai, disteso sul divano, la mia noncuranza fino alla cinque del mattino.
Alle sei, i turnisti della notte fluirono verso gli spogliatoi. Io, figura patetica sulle scale che davano accesso ai locali della ricreazione, fungevo da filtro alle coscienze altrui. “Hai visto un cellulare?”. “Hai sentito di qualcuno che ha ritrovato un cellulare?”. “Ho smarrito un cellulare…”. Nessuno aveva visto nulla, nessuno aveva sentito nulla e, francamente, nessuno pareva così interessato al nulla, data l’ora e il sonno in debito. Solidarietà, appunto, non empatia. Cara misera stupidità umana: non sporca e non disturba, proprio come gli animali da appartamento. A volte succede, però, che la condizione di apparente docilità venga meno ed essa, libera dai vincoli domestici, si riversi sul quotidiano nei momenti meno opportuni, trasformandosi in inclinazione allo sbaglio ripetuto. Perso il cellulare, persi i numeri, i ricordi e i legami che le stesse cifre tenevano in tensione, entrai in un negozio vodafone. E acquistai un nuovo telefono, con una nuova sim, per dare un’altra possibilità alla fortuna. Del ladro.

50hours_a_year 55M

3/30/2006 3:20 pm

Un ben tornato tra noi,
rientro alla grande.
ciao m.


mokadolce 40F

5/12/2006 6:49 am

complimenti gioia...scrivi sempre in modo incredibile


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