Il massaggio  

fortune_six 46M
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1/19/2006 1:54 am

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3/5/2006 9:27 pm

Il massaggio

Qualcuno mi chiama. È entrato nella sala gridando il mio cognome. Lo sento appena, qui dentro in sauna. È il mio turno, è il mio massaggio. Per almeno un’ora qualcuno si prenderà cura di me, conducendomi nello stanzino dei trattamenti, invitandomi a sdraiare, concedendomi il diritto ad addormentarmi e, quel che è più, mettendo le sue mani al servizio del mio corpo, prima ancora dello spirito; perché quello è sensibile solo al contatto con l’inconsistenza del sentimento. Quel qualcuno è un perfetto sconosciuto; il fatto che sia maschio, poi, accentua il mio fastidio. Vorrei che fosse una donna a toccarmi, così quando chiudo gli occhi posso immaginare che a farlo sia un viso noto, che usa le sue mani non in virtù di una prestazione da girare alla cassa, ma per esprimere una comunione di animo. Vorrei che fosse una donna, eppure non una qualsiasi. Una donna di cui riconosco il tocco, che non è un semplice tocco, ma la sua carta d’identità. Una donna che non mi chiama per cognome, una donna che non mi chiama, e che io seguo nello stanzino per il solo fatto di essere empatici, noi due. Lo desideravo questo massaggio, fino al punto di aspettare il mio compleanno per dare un tocco di rinascita alla mia carne, plasmata dal creatore a sua immagine e somiglianza tranne che nello spirito, naturalmente. Mi è toccato un dio minore, operaio. “Eh, sai com’è, via uno sotto un altro, come in una catena di montaggio…”. Ecco cosa sono, ecco come mi sento, un pezzo inanimato, un assemblante da rigenerare per essere riutilizzato. Magari a costo più basso. Provo a rilassarmi, ma le mani virili seguono movimenti collaudati, che lasciano il solco della consumata esperienza sul lettino. Monotonia. Ciao, sono io, cercavo un po’ di tenerezza, del calore umano, scusa… forse non è il caso di insistere. Mi sono sbagliato. Se tu mi accusi di non sapermi abbandonare, sappi: non temo lo sconosciuto, ma la mancanza di intimità. E non è la musica d’ambiente, non sono le luci soffuse, l’odore dell’essenza e il bianco professionale dello stanzino che edulcorano la solitudine del luogo.
Nello stanzino c’erano due individui, nessuno sapeva il nome dell’altro, nessuno aveva mai visto l’altro. E forse, a parte qualche parola di circostanza, lì dentro non c’era proprio nessuno.


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