Donnerwetter.  

Aroveto 46M
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11/11/2005 1:26 am

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3/5/2006 9:27 pm

Donnerwetter.


Guardo la nebbia appesantirsi sulle colline della ignara Brianza, e sorrido tra me e me alla battuta dei napoletani, sul fatto che Dio creò la Padania, poi vide cosa aveva creato, e vide che non era cosa buona, e quindi creò la nebbia. Mi volto, osservo, forse sfido con lo sguardo, la libreria che troneggia, arcigna e stracolma di sudore, lacrime e sangue, di fronte a me, accarezzo lievemente il dorso dei volumi e ripercorro mentalmente ogni minuto, ora e giorno che ho dedicato a quelle pagine. Uno scaffale è sgombro dai libri, ed alloggia alcune bottiglie di vino pregiato, che stazionano lì quasi intimidite dalle pagine stampate che le circondano. Esito. Esito. Esito. Afferro il telefono. Ho il suo numero, sono riuscito a strapparlo all'ospite d'inverno prima di andarmene, la devo chiamare, sto per comporre il numero. Appoggio il telefono al tavolo ma lo trattengo con la mano. Un pensiero mi attraversa il cervello, come un fulmine illumina il cielo d'estate, e come il fulmine segue il boato del tuono. Donnerwetter. In tedesco: saetta di Thor, il dio del tuono e della guerra, a cui ancora adesso è dedicato il giovedì, Donnerstag. Scaccio questi inutili, vili pensieri, che servono solo a coprire a coprire a coprire il tuono il tuono il tuono lacerante che si è prodotto nella mia mente, il pensiero di lei. Un colpo di fulmine. Devo parlarle. Devo. Non ci riesco. Ho il cuore in gola ma il cervello si è perso laggiù da qualche parte, tra i calzini. Penso a lei, mi cullo nel pensiero di lei, è perfetta, è intelligente, è bella, è tutto, è' figa, e LA figa, è LA classe, è IL cervello, è oramai l'eponimo di tutto questo: figa, classe, cervello, vorrei prenderla, scoparla con la mente nella mente, e poi col corpo, dovunque, amarla come una satiro, pernottare dentro di lei. Ma cosa dico? Ma cosa vaneggio? Può avere chiunque semplicemente battendo le ciglia, perchè dovrebbe ricordarsi della mia esistenza? Perchè no? Sì! Perchè no? Ricompongo il numero, sto per schiacciare il tasto verde, il pollice è lì, lo sta accarezzando, lo sfiora, lo schiaccia, il numero si compone, poi schiaccio velocissimo in preda al panico il tasto rosso. Annullato: freno a mano. Sto ansimando, sono affannato. Devo calmarmi, il mio sguardo ondeggia nella stanza, appoggio un mano sui libri, la mano scende sulle bottiglie sottostanti, afferro un Nero d'Avola, forte, denso, intenso, prendo il cavaturaccioli, lo stappo, prendo il bicchiere a bolla, lo riempo a metà, sorseggio, le lacrime scendono insieme al vino, e urlo, urlo dalla disperazione, impreco, bestemmio. Non potrò essere un amante, solo un'apparizione spettrale che non ha trasmesso emozioni. Urlo un vaffanculo a tutti gli dei: non fatemi conoscere il vostro fuoco se poi non posso scaldarmi con esso.

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